[…] tu, fratello caro, sei “buono” per quello che sei e per quello che mi dai e non per eventuali potenzialità che la tua malattia non ti ha completamente castrato; non c’è niente da scavare e ricercare, c’è solo da amarti per quello che c’è e si vede.

E finalmente l’ho capito: ti amo non perché avresti potuto essere un abile professionista, un buon padre o uno zio affettuoso o magari andare sulla luna…ti amo per la reale simpatia, per la tua prodigiosa memoria, perché fai le smorfie davanti al brodo o al pesce e ti strofini le mani davanti a un piatto di spaghetti. Ora finalmente affrancata dal dovere morale di doverti bene e di doverlo dimostrare per forza (soprattutto alla mamma), io posso affermare: ti voglio bene fratello!

Ti voglio bene non perché avresti potuto essere un genio del computer ma perché sei tu, col tuo occhietto un po’ spento, ma ancora vivace e veloce nei tuoi gesti tanto da mangiare una brioche in un solo boccone o da scattare in piedi a ballare appena senti un po’ di musica.

Ti voglio bene per come storpi le parole e per come ti ostini a voler farti capire quando noi non comprendiamo. […] Ti voglio bene perché ancora adesso a distanza di tanti anni, se ti incito, canti insieme a me le nostre canzoni preferite dello Zecchino d’Oro.

Ti amo perché quando guardo il tuo viso riconosco i lineamenti della mamma, ma le tue mani e le tue sopracciglia modellate sono di papà e la tua ritrosa di capelli è la stessa che ha una mia figlia.

Ti voglio bene a dispetto di tutti quelli che ti ignorano o peggio, forse perché non si sono mai presi la briga di conoscerti. E adesso che purtroppo non vivi più con noi forse proprio ora che non ho più paura della tua forza fisica o di tue azioni inconsulte, riesco a leggere meglio dentro di me e a capire anche le tue fragilità. E, anche se a volte mi fai disperare e mi farai disperare, ti voglio bene, fratello.