di Giulio Fenzi


Tante volte ho provato a scrivere cosa significasse per me essere fratello di Maria Chiara, una ragazza di 15 anni affetta da sindrome di Down. Altrettante volte non arrivavo oltre la terza riga di un pensiero che non aveva una continuazione. Sono arrivato a credermi tristemente inadatto e a confrontarmi con la realtà… forse stavo sbagliando tutto nel prendere sempre ciò che arrivava senza pormi interrogativi.

Poi però, mi sono sbloccato! Ho capito che il problema non ero io come persona, ma il fatto che cercavo di definire, in maniera precisa, un rapporto che è indefinibile quanto bello. Non mi mancavano le idee. Ne avevo troppe. Il pensiero non finiva quando smettevo di scrivere, ma iniziava proprio dopo quella fatidica “terza riga”, diventando come un incrocio di New York nell’ora di punta.

La mia vigilessa del traffico era lei: Maria Chiara.

Vedendomi innervosito dalla situazione in cui mi trovavo, intento a scrivere questa riflessione, mi ha chiesto: “GiùGiù, noi siamo SEMPRE fratelli, vero?”. Queste sono le parole che mi sento ripetere ogni giorno, in qualsiasi momento, da quando lei ha iniziato a parlare. Per questo motivo mi sono accorto che era inutile cercare vicino a me. Dovevo salire in una macchina del tempo e rivivere tutti gli istanti passati assieme.

Mi piacerebbe rendervi partecipi del mio personale “ritorno al futuro”, immaginandomelo come la celebre saga ideata da Bob Gale e Robert Zemeckis, ma sono cosciente che vi porterei via molto tempo. Ho quindi deciso di condividere con voi due episodi per permettervi di capire quanto bello e unico sia essere fratello della Mery.

Il primo risale al 20 ottobre 2001. Maria Chiara aveva 4 anni. La mia famiglia venne scelta per rappresentare il nord-est, con una riflessione in piazza San Pietro, durante la veglia per la beatificazione dei coniugi Quattrocchi. Anche noi figli dovevamo dire poche parole, una riga al massimo, per portare un saluto al Santo Padre. MariaChiara doveva dire: “Ciao Papa, sono Maria Chiara e ti voglio tanto bene”. Come
tutti possono immaginare, l’emozione fu tanta. Lei, infastidita dai numerosi incitamenti a velocizzare le operazioni dati dagli operatori Rai, continuava a ripetere spazientita al microfono: “Si, si peta, peta”. Probabilmente raccontata così non fa effetto, ma vi assicuro che la trasparenza con cui affrontò quella situazione davanti ad una persona così importante, fu molto dolce ed allo stesso tempo esilarante, a tal punto che rise il Papa in persona e tutta la piazza.

Il secondo risale al maggio scorso. Mia sorella, dopo essersi ammalata di leucemia nel luglio 2011 e dopo aver passato i successivi 9 mesi in un continuo tour casa-ospedale, aveva finalmente ricevuto dai medici la possibilità di uscire per qualche ora. Lei aveva sempre manifestato il desiderio di vedermi giocare con la mia squadra di calcetto. A causa della sua malattia però, ciò non le era permesso. Il suo “bonus” arrivava proprio il giorno in cui avevo l’ultima partita di campionato. Decidemmo così di portarla al palazzetto con le dovute precauzioni. Non fu una partita fortunata, segnammo solo 2 gol, ma il secondo lo siglai proprio io, allo scadere. In quel momento mi venne istintivo correre verso di lei ed abbracciarla. A questo gesto applaudì tutto il pubblico presente e la partita venne interrotta per alcuni minuti. Lei fu visibilmente emozionata. Inoltre, il portiere della squadra avversaria, che anni fa militò in serie b, le regalò la maglia, rendendola ancora più felice. Quella sera tornai a casa tardi e non le parlai, ma il mattino seguente mi venne a svegliare e mi abbracciò così forte che capii di averle dato qualcosa di speciale, qualcosa che non avremmo mai dimenticato.

Presi così, in maniera isolata, forse, questi episodi non dicono molto, ma vi assicuro che vivendoli in prima persona donano una gioia immensa. La stessa gioia che quotidianamente provo anche solo guardandola sorridere.

Noi, fratelli di questi ragazzi, non dovremmo riflettere su cosa significhi vivere con loro, bensì su quanto perderemmo a vivere senza.