I pianti di M.
di Denise Schettino*

M. è una bambina bellissima: lunghi capelli neri che le scendono a boccoli sulle spalle, la frangia ribelle trattenuta di lato da una mollettina rosa; occhi verdi con pagliuzze dorate, grandi, sempre
aperti che ti fissano immobili alla ricerca di un tuo sorriso d’intesa, di approvazione, di affetto, di comprensione; labbra rosse, carnose, mai chiuse che scoprono due file di dentini incapaci di addentare alcun oggetto, di trattenere alcun dolcino per gustarne il sapore e dalle quali escono suoni disarticolati, gutturali, volutamente prolungati alla ricerca di un aiuto e che inevitabilmente sfociano in un piantosconsolato e inconsolabile.

Sono i pianti la caratteristica di M.: pianti lunghi, suoni emessi con tutta la sua forza alla ricerca di quell’attenzione che possa risolverle il bisogno del momento. Il pianto è la sua arma d’attacco e di difesa: se il suo gioco è caduto per terra, piange fino a quando qualcuno se ne accorge e glielo raccoglie; se non vuole più mangiare non chiude la bocca e allunga la mano per allontanare il cibo che le viene proposto. M. piange, apre ancora di più la sua boccuccia per manifestare il suo basta a chi non ha saputo cogliere la sua sazietà perché distratto a parlare con altri anziché guardarla negli occhi e comprendere che ne ha a sufficienza.

Se ha sonno M. piange, un piagnucolio sottile, cantilenante, alla ricerca del suo giochino preferito da stringere al petto per addormentarsi serenamente.
Quanto è difficile capire i pianti di M.! Quanta attenzione richiede la decifrazione di quei suoni, molti dei quali ancora non codificati! Quanta pazienza devono avere tutti quelli che le stanno accanto per accudirla, sempre, di notte come di giorno! Per chi non la capisce M. è una tiranna: quando vuole una cosa incomincia ad urlare e l’unico modo per zittirla è indovinare ciò che chiede. Oppure lasciarla gridare fino a quando smette (perché prima o poi smetterà, così pensano tutti). M. però non smette mai: sa ciò che vuole, ciò di cui HA BISOGNO.

Invece di considerare la sua una pretesa inutile ci si dovrebbe fermare a pensare quanto sia grande la sua FRUSTRAZIONE: desiderare di poter parlare e non poterlo fare, desiderare di afferrare un oggetto e non poterlo fare, uscire di casa, giocare con altri bimbi, correre felice sotto la pioggia e bagnarsi i piedi in una pozzanghera, arrampicarsi sui giochi ai giardini pubblici e scendere ridendo da uno scivolo! Ecco ciò che M. vorrebbe fare; non vorrebbe fare quegli odiosi esercizi – in quella bianca palestra – che le procurano tanto male a tutte le ossa o quelle camminate interminabili in piscina – M. odia l’acqua, soprattutto quella della piscina – che per tutti, medici e fisioterapisti, significa irrobustimento dei suoi muscoletti e per lei solo paure in più da affrontare e non riuscire a risolvere. E’ lì, invece, seduta sulla sua carrozzina – con le lacrime che le rigano le guance – a guardare con i suoi grandi occhi i bimbi che si divertono e che passandole accanto la fissano e poi chiedono ai genitori:“Mamma perché la bimba piange?” – Non ti preoccupare, tesoro, ora le danno qualcosa”.

M. è mia sorella